LA TRADUZIONE
La traduzione è una bella infedele, dicono. In effetti, per quanto ben fatta, una traduzione non potrà mai rendere al 100% tutte le sfumature dell’originale, poiché ogni lingua ha una sua peculiarità, una sua natura intrinseca che rende ogni frase unica e irripetibile. Ciò nonostante, la traduzione è comunque molto importante perché consente di avvicinarsi a un’altra cultura, magari lontanissima dalla propria, favorendo la conoscenza e creando dei ponti più che mai utili in un’epoca ricca di contrasti come la nostra.
Una delle sfide maggiori, per un traduttore, riguarda le parole cosiddette intraducibili, che non è possibile rendere se non con una definizione. Si può citare, ad esempio, uno dei termini chiave del Romanticismo, ovvero “Sehnsucht”: si tratta del desiderio doloroso per una persona o un oggetto che, malgrado tutti gli sforzi, non si riesce a raggiungere. È chiaro che è un concetto simile è impossibile da rendere con una sola parola in italiano, per non parlare della visione del mondo che esso esprime. Un altro esempio famoso è il portoghese “Saudade”, quel senso di nostalgia che ci assale quando siamo lontani da una persona o, nel caso di molti brasiliani, dal proprio Paese.
La traduzione è anche una dipendenza da cui non si guarisce mai, malgrado tutte le difficoltà connesse a questo mestiere. Ma il piacere di tuffarsi in un testo, esplorarne tutti gli anfratti, assaporarne ogni sfumatura, con una voluttà quasi fisica, ripaga di tutto. Ciò vale ovviamente per la narrativa e, in parte, per la saggistica, mentre la traduzione tecnica è un ambito completamente diverso.
Nel primo caso domina la creatività, nel secondo la precisione: è molto raro che un traduttore lavori sia in campo tecnico, sia in campo letterario, poiché le competenze richieste sono praticamente opposte. In effetti, malgrado i limiti imposti dalla fedeltà al testo di partenza, fare una traduzione significa creare un’opera ex novo, qualcosa che dia l’impressione di essere stato scritto direttamente nella lingua di arrivo anziché tradotto dalla lingua di partenza. Viceversa, si ottiene il cosiddetto “traduttese”, un termine forbito per indicare una cattiva traduzione, che non solo non rende efficacemente l’originale, ma produce nel lettore lo stesso effetto delle unghie sui vetri. Questo è un rischio che si corre soprattutto nella narrativa, dove è fondamentale saper cogliere lo stile peculiare dell’autore. Anni fa mi ritrovai a tradurre un romanzo di oltre 500 pagine con una protagonista che cominciai a odiare a pagina 3: fu un’autentica sofferenza e uno dei motivi fondamentali per cui, da quel momento in poi, decisi di tradurre soltanto saggistica.
A gennaio 2025 festeggerò le nozze d’argento con la traduzione e non ho nessuna intenzione di smettere. Ogni volta è un’emozione nuova, anche il testo apparentemente più banale riesce a trasmettermi qualcosa. Nel caso di opere particolarmente coinvolgenti, al termine del lavoro provo un senso di vuoto, come quando si saluta per l’ultima volta una persona cara che ci ha fatto compagnia a lungo. Al tempo stesso, provo un senso di gratitudine per tutto ciò che ho ricevuto tramite il testo e, una volta di più, mi sento fortunata e pronta a partire per una nuova avventura letteraria!